La battaglia di Zama

Un ringraziamento a tutti coloro che troveranno interessante e gradevole la lettura.

Anno 202 a.C.

Scipione Lucio Cornelio lasciò già da qualche tempo la terra Natale per penetrare con decisione verso l'interno del regno di Cartagine, conquistandone le città e devastando spietatamente i territori: non chiedeva né accettava rese e i prigionieri erano posti in schiavitù. Seguendo la valle del Bagradas proseguì così per settimane e settimane.
Le devastazioni di Scipione provocavano a Cartagine reazioni violentissime: erano disperse e annientate le ricchezze dei grandi proprietari terrieri e dei mercanti cartaginesi, che troppo avevano fino allora sofferto per la guerra e non riuscivano a sopportare questa improvvisa escalation nella violenza del conflitto, tanto più impressionante poiché giunta quando si pensava che qualsiasi limite di orrore fosse stato già superato.
Cartagine chiedeva dunque ad Annibale di rompere gli indugi e di passare all'offensiva per fermare questo scempio prima che non ci fosse più niente da salvare.
Ma Annibale rimaneva sordo a queste richieste, impassibile nella sua base di Hadrumentum, continuando ad addestrare con cura le sue milizie, e rispondendo gelidamente che i cartaginesi lasciassero fosse lui ad occuparsi della gestione delle cose della guerra.
Annibale valutava la situazione da un punto di vista che ai suoi concittadini sfuggiva.
La sua immobilità era quella di un animale predatore che aspettava il momento più opportuno per intervenire. Non era ignavia: era una attesa ansiosa, che a ovest si risolvesse il confronto tra Massinissa e Vermina: la stessa attesa che viveva Scipione.
Annibale e Scipione erano due velocisti in surplace: che cercavano di sorprendere l'avversario con uno scatto ben piazzato: e partire con scarso tempismo sarebbe stato fatale. D’altronde si parlava dei condottieri più famosi al mondo.
Annibale partì all'improvviso verso Scipione, muovendosi in modo da ridurre la distanza che divideva la sua armata dall'alleato numida, minacciando nel contempo anche le linee di comunicazione di Scipione. Giunse così fino a Zama, a circa 140 chilometri in linea d'aria tanto da Hadrumentum quanto da Cartagine. La prima preoccupazione di Annibale era di localizzare il nemico verificando se Massinissa – del quale non aveva notizie, come non ne aveva di Vermina – non si fosse già ricongiunto con esso. Affidò l'incarico a tre esploratori di accertare la situazione: ed essi ottennero le notizie che il comandante cartaginese cercava, ma non come si sarebbe aspettato.
Le tre spie, infatti, furono catturate e condotte a Scipione, ma questi non le passò per le armi, bensì fece fare loro un giro turistico dell'accampamento e solo quando questi gli assicurarono di aver tutto ben visto e compreso, li congedò, fornendo loro anche una scorta affinché ritornassero senza rischi dal loro comandante.
Tale gesto serviva per esercitare una pressione sugli avversari.
Serse, ad esempio, lo aveva fatto per mostrare al nemico tutta la propria potenza ed intimorirlo: Scipione, probabilmente per il motivo opposto: voleva far sapere ad Annibale che Massinissa non c'era ancora. E' un complicato gioco psicologico: perché Massinissa stava effettivamente per arrivare e Scipione dunque col suo comportamento dava ad Annibale un'informazione esatta sì, ma solo ancora per poco tempo.
Dobbiamo credere che Annibale valutò con acutezza il gesto del romano: non era uomo da lasciarsi incantare, anzi, forse fu anche irritato da tanta sfrontatezza ed insolenza. Ma se era un bluff l'unico modo di scoprirlo era andare a vedere: e questo volle fare, chiedendo un colloquio a Scipione.
Un evento eccezionale, unico nella storia: forse Annibale sperava di recuperare la pace, ammorbidendo le dure condizioni dell'accordo appena rotto, forse contava di poter piegare Scipione, o almeno intimorirlo, con il peso del proprio carisma, forse era solo curioso di guardarlo negli occhi.
Scipione accettò la proposta di un incontro nel momento stesso in cui finalmente arrivava Massinissa con i suoi uomini: ma non era ancora pronto per farlo.
L'iniziativa stava sfuggendogli dalle mani e doveva prima riprenderla.

 

Scipione è comandante di rara raffinatezza strategica: il suo movimento è quello che si dice "per linee indirette": ma più indiretto di così, proprio non si potrebbe. Compì un altro balzo verso l'interno, fino nei pressi di Narraggarra. E quindi annunciò ad Annibale che si poteva iniziare a discutere di quale fosse il luogo migliore per i colloqui.
Immaginiamo la perplessità di Annibale di fronte a questa inaspettata mossa di Scipione: era evidente che era stato nuovamente preso d'anticipo e costretto a decidere in condizioni imposte dall'avversario. Egli sa che Vermina è lontano, ed è incerto sulla posizione di Massinissa, non ha più molte possibilità di scelta.
Annibale seguì Scipione verso ovest, spostando il proprio campo nei pressi di Sicca Veneria: riteneva, infatti, che se Massinissa avesse raggiunto i romani, il rischio di dare battaglia non fosse minore di quello di atteggiamenti meno decisi. Entrambe le armate sono così lontane dalle loro basi che è come se non ne avessero: ma mentre per Annibale Cartagine o Hadrumentum erano un perno solido per la manovra e sarebbero state un rifugio sicuro in caso di sconfitta, per Scipione invece era tutto il contrario, terreno ostile, accampamento lontano e unico punto d’imbarco era Castra Cornelia un misero porto senza difese. Ma il vantaggio dell’ultimo si scoprì quando la logistica ne cominciò a soffrire. Infatti, mentre Annibale era su di un piccolissimo promontorio, Scipione si era piazzato alle sponde di un fiume prendendosi così il vantaggio dell’approvvigionamento idrico, migliori condizioni di vita e controllo totale su di esso per alcuni km. A conti fatti, un esercito sicuramente più fresco per la battaglia.

Il colloquio fu presto fatto.
Il comandante punico suggeriva al romano con serena ma severa fermezza di abbandonare i propositi di guerra, di non tentare la fortuna ancora una volta, ma di giungere ad una pace più giusta per Cartagine, perché "oggi sei tu quello che io fui a Trasimeno e a Canne" (Livio XXX 30 12).
Annibale ha 45 anni, Scipione 33: la differenza di età si sente: ma è la diversa condizione strategica a suggerire la risposta di Scipione: fredda e logica senza margini di compromesso: era la risposta di chi si sentiva forte e superiore:

”E’ la guerra”.
Annibale doveva dunque valutare la sua posizione per la battaglia che di lì a poco avrebbe deciso le sorti del conflitto.

A sud ovest di Sicca Veneria in una vasta pianura dove la cavalleria ha ampi spazi di manovra, gli eserciti si stavano schierando.

Era il 19 ottobre del 202 a.C.

Venivano schierati gli eserciti e Annibale schierò il suo su tre linee: nella prima erano i vari nuclei di mercenari: galli, liguri balearici e mori; nella seconda, a poca distanza, le cosiddette reclute: milizia cittadina, truppe libiche e macedoni, e infine, a 178 metri da questa, la terza ed ultima linea composta dai veterani e bruzi a formare quel famoso muro di lance della falange. All'ala sinistra prese posto la cavalleria pesante cartaginese, alla destra la cavalleria numidica alleata.

Davanti a tutti dispose ottanta elefanti, probabilmente insieme ai frombolieri balearici.
Lo schieramento era suggerito ad Annibale dalla qualità delle sue truppe e, in qualche modo, vincolato ad esse. Ai mercenari poteva chiedere un impeto iniziale che si sommava a quello degli elefanti, ma non resistenza ad oltranza: i mercenari galli o liguri erano sempre stati travolti dai legionari, a differenza, ad esempio, dei più ostinati celtiberi.
Dalle reclute non poteva attendersi molto: potevano affrontare i romani solo dopo che questi erano stati opportunamente ammorbiditi. Ai veterani, infine, poteva affidare non solo e non tanto il colpo decisivo, ma anche qualche tentativo di manovra tattica: non così complicate come quella di Canne, ma sufficienti a rispondere alla temuta manovra di aggiramento di Scipione.
La profondità dell'esercito cartaginese, dal primo degli elefanti all'ultimo dei veterani era forse anche 300 metri (500 dai romani), una distanza enorme per l'epoca e mai raggiunta prima.
Lo schieramento di fanteria è studiato affinché lo sforzo sia differenziato tra le truppe, e ciò deve indurci a riflettere su come Annibale intendesse effettuare il passaggio dello scontro da una linea all'altra.
Elefanti e mercenari costituiranno due onde d'urto successive, le reclute cartaginesi forniranno un sostegno e un rincalzo, in riserva i veterani inizieranno una battaglia nuova, scontrandosi contro forze romane logorate.
Sulla propria cavalleria Annibale non riponeva molte speranze perché ne conosceva l'inferiorità numerica: se l'apporto degli elefanti fosse stato quello che auspicava, però, almeno sarebbe stato sufficiente a neutralizzare quella romana e a ridurre la battaglia ad uno scontro tra fanterie, nel quale prevarrebbero quelle più fresche.

Lo schieramento di Annibale era vario, va ricordato che la maggior parte dei componenti delle prime tre file facevano parte dei residui bellici in Italia, tutti alleati a lui contro Roma e tutti con lingua, costumi e modi di vivere molto differenti.
Scipione schierò i suoi uomini sulle consuete tre linee, ma anziché alternare i manipoli nell'usuale formazione a scacchiera, diede disposizioni affinché i manipoli di principi prendessero posto alle spalle degli hastati: con questo stratagemma Scipione intendeva creare dei canali di scorrimento per gli elefanti, che lo preoccupavano non poco, perché nessuno tra i suoi uomini, per quanto veterano, poteva essere abituato alla carica di 80 pachidermi. E per essere sicuro di indirizzare gli animali in quei corridoi, utilizzò i velites come esca addestrati quasi esclusivamente per l’occasione: sarebbero stati loro ad assorbire il primo impatto con gli elefanti.
All'ala destra, dispose Massinissa con i suoi 3000 numidi, alla sinistra Lelio con la cavalleria romana ed italica (in tutto non più di 2.000), e forse un po' di altri numidi.

La battaglia stava per avere inizio e i due condottieri ne erano ben consci ed entrambi cominciarono a passare in rassegna i rispettivi eserciti ricordandoli delle tante battaglie insieme.

Annibale doveva aver avuto più difficoltà viste le varie lingue parlate nel suo schieramento ma nonostante ciò molti storici concordano sulla sua capacità oratoria che ebbe al momento, elargendo parole differenti per ogni popolo presente ricordando loro i risentimenti verso Roma che li aveva resi schiavi, ma fu anche il momento in cui Scipione scelse la prima mossa.

Mandò avanti i suonatori di trombe creando frastuono e rumori incredibili in direzione dei nemici.

Si creò il risultato sperato dal condottiero. 80 elefanti impazziti ed ingovernabili, alcuni dell’ala destra di Annibale si schiantarono addosso alla cavalleria Numidica decimandone le file, gli altri verso lo schieramento di Scipione dove però i soldati anticipatamente preparati ed addestrati crearono dei corridoi dove gli animali si diressero e dove i veliti cominciarono a tirare addosso gli animali i giavellotti mirando soprattutto nei punti scoperti delle armature come occhi e coda. Finiti i giavellotti impugnavano la spada e sempre in corsa accanto ai pachidermi riuscivano a tranciare loro i tendini delle zampe. Esempio di grande coraggio, questi impavidi guerrieri riuscirono ad eliminare moltissime bestie e i loro conducenti.

Quelli che riuscivano a scappare attraverso i corridoi, caso volle, andarono a schiantarsi addosso alla cavalleria pesante cartaginese rompendone le fila.

Poco dopo l’inizio della battaglia Annibale aveva perso quasi tutta la cavalleria e gli elefanti utili per lo sfondamento. A Scipione non rimase altro che mandare le rispettive cavallerie ad annientare completamente quelle nemiche rimaste. Fu un lavoro facile.
Scipione ottenne un primo risultato: la sua linea rimase ordinata, gli hastati integri e i principi non furono coinvolti. Aveva annientato l’arma di sfondamento nemica e la cavalleria stava soccombendo.
I due schieramenti ora avanzarono l'uno verso l'altro, ad eccezione dei veterani cartaginesi che tennero la posizione: quindi la loro distanza dalla linea di combattimento aumentò a circa 400 metri.
Annibale diede l’ordine alle sue prime due file di attaccare. Ondate su ondate i romani con la classica tattica da sempre adottata riuscirono ad assorbire la carica nemica. Soldati di esperienza e centurioni abili nel riconoscere il momento esatto tenevano testa ai nemici presentando loro sempre alle prime file truppe fresche. Scudi saldi per l’impatto e gladio puntati al nemico per l’offesa gli hastati mandarono in rotta un’orda forse tre volte superiore al loro numero. Con i principi alle spalle a dar man forte.

Pochi minuti ma terribili, perché la lotta era spietata e si svolgeva in spazi ristretti. Sono momenti drammatici, ma ancora una volta i romani riuscirono a prevalere in virtù del loro migliore addestramento individuale e del loro armamento.
I mercenari, duramente provati, fuggirono e le reclute con loro. Di queste ultime, però non tutti furono impegnati e il loro ripiegamento iniziato con un certo anticipo si svolse in modo sufficientemente ordinato e composto da non trasformarsi in rotta: mentre invece i mercenari convinti di essere stati abbandonati dalla falange, non accorsa ad aiutarli, cominciarono una fuga disordinata. Fu dato l’ordine perentorio di ammazzare tutti i fuggiaschi. Attimi di terrore per quei combattenti, si lasciavano alle spalle i romani e di fronte un amico non più tale che ormai li voleva morti. Molti di loro scelsero di morire combattendo gli alleati e fu disordine e morte tra coloro che alcuni attimi primi si erano incoraggiati a vicenda.
Così i soldati delle due prime linee cartaginesi, chi fuggendo chi indietreggiando, abbandonarono la linea di combattimento. Gli hastati, i più coinvolti psicologicamente e fisicamente nella lotta, esultano e si danno all'inseguimento: era un errore e se l'esperienza precedente non li istruì, ha messo, però, sul chi va là Scipione che fu pronto a spendere ogni energia sua e del suo apparato di comando per richiamarli e trattenerli, impedendogli di sfiancarsi correndo per i 400 metri che li separano dai veterani cartaginesi.
Questi a loro volta, però, non poterono approfittare dello sbandamento romano: erano lontani e bloccati dalle unità amiche in fuga.
Il combattimento qui ebbe una pausa, durante la quale le formazioni contrapposte affrontano una riorganizzazione: Annibale riuscì a riprendere sotto il suo controllo alcune delle unità di reclute e alcuni mercenari, anche in virtù della distanza che ha lasciato tra la prima e l’ultima linea. Una distanza sufficiente non solo a compiere qualche manovra, ma anche a permettere che i fuggitivi fossero riorganizzati e convinti a tornare al combattimento.
Con queste unità recuperate, estese il proprio fronte, allineandole ai fianchi dei veterani.
Scipione, invece, una volta riorganizzati gli hastati poté finalmente far compiere ai suoi legionari la tanto celebrata manovra di movimento sui fianchi: non per aggirare il nemico, ma solo per estendere da un lato e dall'altro il fronte degli hastati mettendo ai loro fianchi da una parte i triari e dall’altra i principi.
Il combattimento, quindi, stava per conoscere un'ultima decisiva fase: i veterani ancora freschi se la vedranno con gli hastati, che freschi non lo erano, ma con principi e triari, che invece avevano molte energie da spendere.
La fronte romana fu probabilmente di uguale entità rispetto a quella cartaginese, o forse lievemente superiore: in entrambi i casi triari e principi si trovarono a combattere sulle ali contro forze più provate e quindi in condizioni di grande vantaggio.
Il combattimento si riaccese tempestosamente e le sue sorti rimasero sospese. Sempre i triari e i principi riuscirono in poco tempo a devastare le linee laterali, avanzo dell’orda Ed in una mossa dove viene scolpito il genio di Scipione lo stesso diede ordine alla fanteria pesante di chiudere circondando dai lati e da dietro le falangi.
Lelio e Massinissa, i comandanti della cavalleria romana, da tempo ai margini del campo di battaglia ad aspettare proprio questo momento, tornarono dall'inseguimento e piombarono alle spalle dei cartaginesi decretandone la fine.

20.000 morti con altrettanti prigionieri e quindici elefanti catturati a fronte di soli 1500 morti romani.

Vittoria schiacciante.

La sorte oltre alle capacità di Scipione fecero in modo di riscattare quella grande sconfitta che fu a Canne utilizzando per alcuni versi la stessa tattica.


Terminò così la battaglia, seppellendo le speranze di Cartagine ed elevando Roma a incontrastata dominatrice del Mediterraneo. Da quel giorno in poi Publio Cornelio Scipione sarebbe stato conosciuto con l'appellativo di Africano: e con quel nome lo ricordiamo noi oggi.

E da quel giorno in poi Roma si apprestò a diventare Impero.

 

Dedicato a tutti gli amanti della storia ma soprattutto alla XII!

 

Autore: GenRoy

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