In seguito Vologase mise il proprio fratello Tiridate I sul trono d'Armenia; i Romani tornarono all'offensiva nel 62, e il nuovo legato di Cappadocia, Lucio Cesennio Peto, venne sconfitto al comando delle sue legioni, la XII e la IIII Scythica, nella battaglia di Randeia (inverno 62/63), e dovette arrendersi. La resa pesò gravemente sull'onore delle due legioni, che infatti vennero allontanate da quel teatro di guerra e non parteciparono alla campagna vittoriosa di Corbulone.
L'occasione di riconquistare l'onore perduto venne nel 66, dopo che la rivolta zelota durante la prima guerra giudaica aveva causato la distruzione della guarnigione romana a Gerusalemme: la XII, rinforzata con vessillazioni della IIII Scythica e della VI Ferrata, fu inviata sul luogo per sedare la rivolta, ma, considerata troppo debole dal legato di Siria Gaio Cestio Gallo, fu rimandata indietro. Sulla strada del ritorno cadde nell'imboscata di Eleazar ben Simon a Beit-Horon: sconfitta, subì il grande disonore di perdere le proprie aquile. Malgrado ciò, la legione si risollevò, combattendo bene nell'ultima parte della guerra e sostenendo la con successo la candidatura del proprio comandante Tito Flavio Vespasiano al soglio imperiale. Terminata la guerra, la XII Fuliminata e la XVI Flavia Firma furono destinate a Melitene, dove dovevano proteggere il confine dell'Eufrate.
A difesa della frontiera orientale
La presenza della XII nel Caucaso è testimoniata per l'anno 75: l'imperatore Domiziano aveva infatti inviato lì la Fulminata allo scopo di sostenere i regni clienti di Iberia e Albània.[1]
La legione fu in Armenia per la campagna del 114 di Traiano. Dopo essere stata impiegata per respingere gli Alani — nel 134, sotto il comando del governatore di CappadociaArriano e insieme alla XV Apollinaris —, la Fulminata partecipò, con molta probabiltà, alla campagna parta di Lucio Vero (162-166): una unità mista della XII e della XV, infatti, controllò per qualche tempo la capitale armena di Artaxata.
L'imperatore Marco Aurelio incluse la XII tra le legioni mobilitate in occasione della sua campagna contro i Quadi, nell'ambito delle guerre marcomanniche. Durante questa campagna avvenne l'episodio della "pioggia miracolosa", riportato da diverse fonti, che salvò una vessillazione della Fulminata dalla sconfitta. Secondo la versione di Cassio Dione,[2] un mago egiziano di nome Harnuphis evocò Mercurio e ottenne la caduta della pioggia; secondo lo scrittore cristiano Tertulliano, invece, il fenomeno miracoloso fu dovuto alle preghiere dei soldati, che erano cristiani. L'episodio è rappresentato anche sulla Colonna di Marco Aurelio alla scena numero 16.
Nel 175, mentre la legione era tornata a Melitene, Avidio Cassio si ribellò a Marco Aurelio, perché era giunta voce che l'imperatore fosse morto: la XII rimase leale a Marco Aurelio e venne premiata ricevendo il titolo onorifico Certa Constans, "sempre affidabile".
Alla morte dell'imperatore Pertinace si scatenò una lotta a tre per il trono imperiale: la XII scelse di sostenere Pescennio Nigro contro Settimio Severo, ma Nigro fu sconfitto e, dopo che Severo ebbe completato la propria vittoriosa campagna contro i Parti spostando sul Tigri il confine, la XII fu lasciata in riserva, forse una specie di punizione per aver sostenuto Nigro.
Dal III al V secolo
Melitene fu uno dei centri in cui il Cristianesimo attecchì prima: un soldato della XII, Polieucte fu martirizzato sotto Valeriano (253-260). Valeriano fu sconfitto e fatto prigioniero dal re dei SasanidiSapore II: questo evento causò il collasso dell'impero, che si perse l'Impero delle Gallie in occidente e il Regno di Palmira in oriente. Si sa che la XII fu sotto il comando di Settimio Odenato, signore di Palmira, ma ricevette anche gli onori dall'imperatore Gallieno, che concesse alla legione il titolo Galliena.
Si hanno poche testimonianze riguardo alla storia successiva della legione: rimase indubbiamente coinvolta negli eventi che accaddero lungo la frontiera orientale dell'impero, perché all'inizio del V secolo si trovava ancora a Melitene, sotto il comando del dux Armeniae.[3]
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